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Lettera aperta

Siamo a Settembre. Siamo nel 2018 e, per alcuni di noi che hanno tra i cinquanta e i sessanta anni e hanno studiato in questa stessa scuola, dove ora prestiamo servizio, questa data vuol dire che anni fa, come faranno molte ragazze e ragazzi in questi giorni, ci apprestavamo ad entrarvi con la curiosità e l’entusiasmo del caso. Proprio in un momento come questo, ho voglia di ricordare, al netto delle differenze che la storia conforma per adeguarsi ai tempi, cosa dovrebbe essere il clima di una struttura Universitaria. Un clima che, secondo me, dovrebbe essere recuperato lì dove c’era e oggi non sembra esserci. Cosa dovrebbe essere l’Università? A cosa serve l’Università? Qual è il fine dell’insegnamento, della ricerca e cosa facciamo, noi, all’interno di questa struttura, oltre a seguire le nostre legittime ambizioni che ci spingono a salire le gerarchie che ordinano la nostra organizzazione?
L’Università serve a formare il sapere. Anche nei casi in cui, in prima istanza, sembra fine a se stesso: perché come minimo deve bastare a se stesso. Il sapere, infatti, quando non è servo di nessuno o di qualche cosa, si mette poi al servizio della vita e ci permette di accedere ad una visione della verità delle cose e dei fenomeni, naturali ed artificiali. Visione dei rapporti che esistono tra scienze diverse, della loro interazione e dei valori rispettivi. Il sapere di cui stiamo parlando, però, non é qualche cosa che si traduce in un profitto immediato e non diventa, di per sé, moneta. Oppure, peggio, un posto privilegiato nella nomenclatura sociale. Più che altro, si potrebbe dire che il sapere è un’illuminazione alla quale ci si prepara nel tempo e nell’attesa operosa: meglio, cui si è preparati da qualcuno che ci precede nella vita e che ci affida il compito di continuare. Un processo educativo. Questa, secondo me, è la definizione più giusta. L’Università come luogo che dispensa educazione, allora, piuttosto che la sola istruzione superiore. Il termine educazione a me sembra molto più ambizioso. Questo termine indica chiaramente che è possibile esercitare sulla nostra natura intellettuale, con volontà e responsabilità, un’azione formativa che può arrivare a determinare anche un certo carattere.
In qualsiasi caso l’Università si deve porre come obiettivo principale la cultura intellettuale, e deve dedicarsi all’educazione dell’intelligenza. E’ un obiettivo indipendente dal come quest’intelligenza poi sarà utilizzata da chi detiene, legittimamente, il potere. Un obiettivo globale e non settoriale. Il sapere specialistico, professionale o anche solo scientifico, non è un fine sufficiente all’educazione universitaria. Non perché si tratti con superiorità e disprezzo tutto ciò che è professione, realtà del lavoro, attitudini pragmatiche e vocazioni particolari. Non si vuole dire, qui, che l’Università, ad esempio, non debba insegnare, come nel nostro caso, l’architettura, o come in altri il diritto o la medicina: sarebbe assurdo. Quale cosa si potrebbe insegnare, nell’Università, se non s’insegnassero delle discipline specifiche? Ma è proprio a partire da un punto di vista disciplinare, però, che l’Università deve insegnare ad avere un punto di vista complessivo sulla realtà totale della vita. Un professore che con responsabilità lavora in un’Università, allora, diversamente da chiunque altro che, con profonda capacità, trasmette conoscenza al di fuori di questa, è costretto ( costretto, ripeto) a determinare con precisione la posizione che occupa la disciplina che insegna e professa nell’insieme delle conoscenze. Il professore che lavora nell’Università con senso di responsabilità ha dei doveri verso la società, verso lo Stato, verso la città nella quale opera, verso gli individui tutti. Questa responsabilità consiste nell’impegno ad un’educazione libera.
L’Università non è stata istituita per dare al mondo poeti, autori, scienziati, da consegnare all’immortalità. Il mondo e il suo lungo tempo, da soli, nel dispiegare la loro indubbia provvidenza, sono capaci di fornire in qualsiasi caso, anche senza l’Università, Michelangelo, Aristotele, Newton, Raffaello, Brunelleschi, Annibale Barca e Giacomo Leopardi. Il compito strategico dell’Università è solo in apparenza più ordinario. Il suo scopo, infatti, è quello d’elevare in maniera diffusa il livello della coscienza di una comunità e di coltivarne l’ansia di futuro; di guidare con solidi principi gli istinti umani; d’assegnare degli scopi precisi al corpo sociale; di colmare le idee del tempo con un’abitudine strategica all’uso della moderazione; di rendere più facile, quindi, l’esercizio del potere politico; di rendere più responsabili i rapporti individuali.
L’educazione universitaria, in sostanza, rende la donna e l’uomo più lucidi, più capaci nel sostenere le proprie opinioni particolari, esprimere dei giudizi. Vi sembra poco, tutto questo? A me no. E’ una cosa ambiziosa, al limite della superbia, forse. Ma se guardiamo dietro di noi vedremo che siamo diventati come siamo ( e non dovremmo comunque lagnarci) anche perché quella cosa che chiamiamo Università è stata ciò che sopra ho tratteggiato. A me interessa il futuro e per ovvi motivi. A me interessa capire se è possibile che la nostra storia di Università sullo Stretto possa avere un ruolo in questo futuro. Certo, dipende a quale tempo ci riferiamo e ci affidiamo, quando parliamo di futuro. Se le possibilità le misuriamo all’interno del tempo biologico che ci è concesso come persone ( che mi è concesso, nel mio caso) allora non solo quello che ho detto è impossibile ma anche tante altre cose lo sono. Molte e troppe. Non bisogna scomodare Agostino d’Ippona per ricordare come il tempo altro non è che un presente che sposa il suo passato ed il suo futuro fino alla fine. Io dico, più modestamente, che in ogni istante che viviamo, anche senza averne consapevolezza, noi siamo in compagnia di chi ci ha lasciato e di chi ancora deve nascere. E dico che l’arco delle responsabilità e della misura del possibile ha delle dimensioni che vanno da dove conosciamo il passato sino a dove possiamo immaginare il futuro. Detto in altri termini, ogni volta che noi cogliamo un attimo non facciamo altro che cogliere una vasta porzione di eternità. Siamo un cantiere, una grande opera corale sullo Stretto e solo per questo e in questo continueremo ad esistere anche dopo aver concluso la vita. Andiamo avanti e buona fortuna a tutti noi.
Isidoro Pennisi

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