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Francesco Rosi, riconosciuto Maestro e protagonista del cinema italiano ed internazionale dell’ultimo mezzo secolo, robusto scrittore e narratore, autore di un’opera nel suo complesso radicata nella cultura, nella letteratura, nella storia e nella realtà del nostro paese, ha narrato mirabilmente, anche sapendosi indignare, l’evoluzione etica, civile e politica degli italiani, e la loro presa di coscienza dei valori espressi da una corretta e disinteressata pianificazione e gestione del territorio.

 

Portatore di una visione del Cinema che, come egli stesso scrive, “riesce ad essere testimonianza di vita, la testimonianza della vita in un certo periodo storico”, coglie in modo magistrale fenomeni, mutamenti ed evoluzioni della nostra società, fornendo letture stilisticamente impeccabili e politicamente attendibili della città, del territorio e del paesaggio, cogliendo sempre contraddizioni, modi e cause della trasformazione, rappresentando con efficacia interessi ed aspettative delle forze che interagiscono, anche in modo conflittuale, nella società. Ma cogliendo anche i valori lirici legati alle specificità ed alle identità territoriali, compresi quelli dei “sud” e della civiltà mediterranea.

La forza dirompente del cinema di indagine e di proposta così bene rappresentato da Francesco Rosi – che dà una nuova spinta al cinema italiano uscito dal neorealismo storico –, la conoscenza dei luoghi, la fiducia nelle istituzioni preposte al governo della città e del territorio, magistralmente espresse in Le mani sulla città (1963), sono tuttora vive e coinvolgenti lo spettatore di oggi, anche quello più distante dalle tematiche specifiche e dalle culture tecniche, rappresentano ancora, a quarant’anni dal Leone d’Oro alla XXIV Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, una grande ed attuale “Lezione di Urbanistica”.

 

Una “lezione” valida in quel momento – gli anni sessanta – di grande trasformazione economica, politica e sociale, ma anche di grande resistenza al cambiamento ed alle riforme – a partire dalla riforma urbanistica – in nome di interessi “altri” rispetto a quelli di carattere sociale, il cui valore di “lezione”, pur avendone compreso e rappresentato i meccanismi più deteriori della rendita fondiaria, della speculazione edilizia e delle collusioni politica-malaffare, travalica con il suo linguaggio asciutto, essenziale ed incalzante, quel particolare momento storico, rivelandosi ad ogni visione e ad ogni lettura, un’opera filmica ed una “lezione” sempre più attuale.

Come sono sempre di più attuali le parole dell’epigrafe a Le mani sulla città, con la scritta che compare sui titoli di coda:I personaggi e i fatti qui narrati sono immaginari, è autentica invece la realtà sociale ed ambientale che li produce”.

Nel cinematografo italiano del dopoguerra, è ancora Francesco Rosi che scrive, “la vita si rifletteva sullo schermo e si rifletteva anche lo scenario delle città, gli spazi, il modo in cui gli uomini vivevano o avrebbero dovuto vivere una vita umana in queste città”.

 

Gli alti valori sopra richiamati, ispiratori dell’opera complessiva del Maestro Francesco Rosi – ed in particolare del film Le mani sulla città –, attraverso una filmografia che nel corso di decenni ha saputo coniugare mirabilmente l’estetica, l’etica, la spinta civile, la socialità e la politica intesa come “valore alto”, pongono la sua poetica in piena sintonia con una disciplina, come l’Urbanistica, che vive nella logica delle trasformazioni e del loro governo, da subordinare all’interesse pubblico, e che non si nutre solo di dottrina e di specifici saperi, ma di più forti e più ampie motivazioni.

Senza i valori dell’estetica e dell’etica, senza la spinta civile, la socialità e la politica nei suoi valori più alti, non ci sarebbe stato il cinema di Francesco Rosi, e senza quegli stessi valori non potrà continuare ad esserci la stessa disciplina Urbanistica la cui ispirazione è a questi pro­fon­damente legata.

 

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